L’avevo
posteggiata in un bel cantuccio ombreggiato, e al ritorno quello sfrontato se la
stava lappando tutta con sinistra cupidigia, paludosamente. Il cofano brillava
con dolore, ed ogni minimo barbaglio mi rintronava nel cuore con un sobbalzo. Il
solo pensiero di risalire su quella fornace mi attorcigliava i budelli, così ho
passeggiato ancora un po’, guardando il sole con fermezza. Dicendogli ch’era
un ignorante, intanto lacrimavo.
Ora
sono ancora nel tabacchino, per delle fotocopie, alla cui nitida resa si prodiga
la solita signora. Guardo fuori. Stanotte ha piovuto, le strade sono bagnate e
con mio grande conforto il cielo è ancora coperto da nuvolacce incolori e
viziose. Dietro m’immagino quel pirla del sole che si starà mangiando il
fegato. Lancio un sorriso di complicità alla macchina, la quale tremolando
appena dal suo fresco parcheggio mi saluta col tergicristallo.
Entra
un omaccione, compra delle caramelle. E penso: l’avrà capito la tabaccaia che
le fotocopie sono una scusa? Che quando si volta verso gli scaffali ne seguo con
bugiarda noncuranza le movenze?
Reclinando
appena la testa si porta la mano verso il solino del golf e tamburella
distrattamente sull’angolo della mandibola, rivelando nel gesto la pelle
bianca e tesa della nuca e belle dita ossute, prive di grinze. Ho pensato di
volerle baciare il collo, e sentirmi sui fianchi zompettare le sue dita.
L’omaccione
saluta ed esce ruminando i suoi dolciumi. La signora è sempre girata di spalle,
e mi secca l’idea che possa turbarla il pensiero della facilità che avrei
nello sgraffignare qualcosa dal banco. Potrebbe quindi travisare ogni mio
sguardo impacciato di ricomposta pudicizia e leggervi una malcelata furtività
ladruncola.
Ha
finito con le fotocopie, si volta. La guardo con troppa fissità, e cerco di
capire.
Ha
l’espressione distesa, come sempre del resto, e sulle labbra socchiuse le
cifre dell’importo che mi appresto a pagare. Porta luminosi golfini e gonne
sopra il ginocchio, occhi un po’ etilici dal taglio triste, nasetto sottile e
mirabili labbra rosse, il tutto dentro un viso piccolo e spigoloso.
C’è
un nuovo cliente nella tabaccheria, non voglio che scopra il mio interesse per
la signora, quindi distolgo lo sguardo e lo colloco altrove. Il ripiano delle
sigarette.
Fuma
la signora? Me la immagino nuda con una merit tra le dita, il corpo latteo e ben
fatto, seduta sulla fotocopiatrice accesa. Mi racconta di sé, mentre io raduno
le varie stampe col ritratto del suo sedere in scala di grigio.
“Ti
amo”, le dico.
“Ho
quasi quarant’anni” replica.
“E’
molto importante?”.
“Forse
no...”. E ci abbracciamo.
Sto
salendo in macchina quando mi riscuoto dalla chimera. Prima di chiudere lo
sportello guardo verso l’alto :il sole ridacchia, sta facendosi largo tra le
nuvole.
Io
e l’auto cominciamo a boccheggiare.