Il
the’ non più freddo si trova all’ombra inutile di un tavolinetto,
all’ombra inutile di un ciliegio, nel verde giardino di nonna Ile. Ile è sua
nipote, hanno lo stesso nome.
Ora
Ile è entrata un attimo in casa, mentre la nonna è distesa sulla sdraio, alle
prese con un cruciverba. Mi hanno lasciato in balia di the’ imbrodolati e
acque maligne. Non vedo l’ora che Ile ritorni.
Stanotte,
in un sogno, scorrazzavamo in Vespa dentro una città. Io guidavo e lei mi
teneva stretto, premendo le labbra sulle mie scapole. Io le accarezzavo la
coscia tracciando linee col dito. Mi sono risvegliato persuaso di non aver mai
provato quello stesso calore.
Mi
sono risvegliato con un nodo alla gola. Siamo alle solite. Sono i sogni ad
alimentare l’amore per Ile, più che la nostra frequentazione. Anzi, questa,
in un certo senso da Ile mi allontana. Nella giusta misura perché io me ne
senta ciclicamente attratto. Che ovvietà.
Eppure
nelle mie faccende oniriche Ile mi si dà in un modo che è casto e
intransigente, perché la realtà le si scardina dalle ossa e lei mi ricade
contro, fatalmente.
E’
lampante, lei c’è perché io le apro gli occhi. Quando mi risveglio so che in
qualche luogo lei esiste davvero, e questo in parte m’indigna e mi fa un vuoto
dentro, è come se avessi mollato in fondo al sogno l’amore intatto che prova
per me, per quello triste e frammentario che nutro io per lei.
Eccola
che esce di casa con un gatto in braccio.
Vorrei
raccontarti un sogno, le dico a voce bassa. Mi risponde: più tardi che ora non
può. Non ho mai nutrito una gran simpatia per questi felini. L’ascendente che
esercitano sulle donne le rende ebeti. Le donne sono stregate dai gatti, e per
loro traslocherebbero.
L’affetto
per un altro animale si riesce a condividere allegramente, ma il gatto, quello
schifoso ti mangia la donna, la ipnotizza, e insieme ti mettono alla porta.
Donna; gatto; donna-gatto, e tu cagnaccio!
Me
la svigno da quella beffarda combutta simbiotica ed esco dal giardino, verso il
boschetto. Mentre apro il cancello, nonna Ile, da dietro il cruciverba mi
squadra con pietà, ammiccando alla “maestro Pregadio”. Sta valutando il mio
sconforto di ometto trascurato. Nonnina sta’ in guardia, tua nipote mi
trascura, la fontana mi sputa, il caldo mi ossessiona: ti straccio il
cruciverba, sai. Ti brucio il giardino!
Mi
sono accampato su un cerchio di muschio, sotto un albero che non so che albero
sia. Una cosa è certa, l’albero è pieno zeppo d’insettacci che a guardarli
ti chiedono:”Che ti guardi?” Rozzi!
Davanti
a me il bosco s’inerpica aspramente verso una folta brigata di scabri macigni.
Uno
di questi mi apostrofa, in sassarese:”Ehi tu, sai che uno solo di noi potrebbe
spiaccicarti contro la pianta?”
Penso:”Che
giornataccia”.
“Ehi
tu, sai che tre soli di noi potrebbero farti sparire?”
Mi
guardo intorno stralunato, non vedo la casa.
“Cosa
vi ho fatto, perché tali minacce?”
“Non
sopportiamo i poeti!”
“Ma
io non sono poeta”, ribatto allibito.
“Mostraci
la schiena!” mi intima il sassone.
“Come
la schiena?”
“Falla
vedere o te la spacco!”, incalza spazientito.
Sollevo
la camicia ed esibisco ai pietroni la mia tremante nudità.
Dopo
un breve e raccolto congresso i pietroni paiono ricomporsi, se così può dirsi,
e chi di loro (quello di prima) dev’esser l’ambasciatore, s’imposta
tuonando il vocione roccioso, e sentenzia:”E’ vero, non sei un poeta”.
Io
resto lì per un po’, tra gli alberi, con la maglia rialzata e le scapole di
fuori. Davanti, in cima al poggio, la marmaglia di macigni, zitti,
zitti…sassi…
Eccola
Ile che arriva, passo arpeggiato e sorriso magnetico. Le esibisco con
sciattaggine una maschera annoiata, mentre dentro mi rivolto di emozione. Se ne
accorge e abbozza il sorriso materno della malizia, con cui “si difende” dal
mio broncio strategico.
Chissà
se anche lei si allestisce martire qualche volta, oggetto fragile e puerile che
si strugge per l’angoscia di celare e svelarsi.
Il
sole s’avvicina, le nostre ombre dilagano, lingue di nebbia sulla verzura. Ci
allunghiamo anche noi, scorrendoci tristi come carte mischiate. Su paesaggi che
non ci chiediamo, per lo sgomento di sorprenderci forestieri. Sopra le immagini
dagli occhi indifesi, e spalancati contro muri d’osso e carni che iniziano a
cadere.