POMERIGGIO DI CAMPAGNA

 

  IL the’ freddo ha smesso di essere freddo già da un pezzo, perciò preferisco ricorrere alla fontanella. La fontanella, spiritosona, mi schizza addosso un getto prolungato, ma il caldo è tale che la ringrazio. Vista la mia soddisfazione, la fontanella delusa si vendica interrompendo di colpo gli zampilli. Devo ripiegare sul the’ non più freddo.

Il the’ non più freddo si trova all’ombra inutile di un tavolinetto, all’ombra inutile di un ciliegio, nel verde giardino di nonna Ile. Ile è sua nipote, hanno lo stesso nome.

Ora Ile è entrata un attimo in casa, mentre la nonna è distesa sulla sdraio, alle prese con un cruciverba. Mi hanno lasciato in balia di the’ imbrodolati e acque maligne. Non vedo l’ora che Ile ritorni.

Stanotte, in un sogno, scorrazzavamo in Vespa dentro una città. Io guidavo e lei mi teneva stretto, premendo le labbra sulle mie scapole. Io le accarezzavo la coscia tracciando linee col dito. Mi sono risvegliato persuaso di non aver mai provato quello stesso calore.

Mi sono risvegliato con un nodo alla gola. Siamo alle solite. Sono i sogni ad alimentare l’amore per Ile, più che la nostra frequentazione. Anzi, questa, in un certo senso da Ile mi allontana. Nella giusta misura perché io me ne senta ciclicamente attratto. Che ovvietà.

Eppure nelle mie faccende oniriche Ile mi si dà in un modo che è casto e intransigente, perché la realtà le si scardina dalle ossa e lei mi ricade contro, fatalmente.

E’ lampante, lei c’è perché io le apro gli occhi. Quando mi risveglio so che in qualche luogo lei esiste davvero, e questo in parte m’indigna e mi fa un vuoto dentro, è come se avessi mollato in fondo al sogno l’amore intatto che prova per me, per quello triste e frammentario che nutro io per lei.

 

Eccola che esce di casa con un gatto in braccio.

Vorrei raccontarti un sogno, le dico a voce bassa. Mi risponde: più tardi che ora non può. Non ho mai nutrito una gran simpatia per questi felini. L’ascendente che esercitano sulle donne le rende ebeti. Le donne sono stregate dai gatti, e per loro traslocherebbero.

L’affetto per un altro animale si riesce a condividere allegramente, ma il gatto, quello schifoso ti mangia la donna, la ipnotizza, e insieme ti mettono alla porta. Donna; gatto; donna-gatto, e tu cagnaccio!

Me la svigno da quella beffarda combutta simbiotica ed esco dal giardino, verso il boschetto. Mentre apro il cancello, nonna Ile, da dietro il cruciverba mi squadra con pietà, ammiccando alla “maestro Pregadio”. Sta valutando il mio sconforto di ometto trascurato. Nonnina sta’ in guardia, tua nipote mi trascura, la fontana mi sputa, il caldo mi ossessiona: ti straccio il cruciverba, sai. Ti brucio il giardino!

 

Mi sono accampato su un cerchio di muschio, sotto un albero che non so che albero sia. Una cosa è certa, l’albero è pieno zeppo d’insettacci che a guardarli ti chiedono:”Che ti guardi?” Rozzi!

Davanti a me il bosco s’inerpica aspramente verso una folta brigata di scabri macigni.

Uno di questi mi apostrofa, in sassarese:”Ehi tu, sai che uno solo di noi potrebbe spiaccicarti contro la pianta?”

Penso:”Che giornataccia”.

“Ehi tu, sai che tre soli di noi potrebbero farti sparire?”

Mi guardo intorno stralunato, non vedo la casa.

“Cosa vi ho fatto, perché tali minacce?”

“Non sopportiamo i poeti!”

“Ma io non sono poeta”, ribatto allibito.

 

“Mostraci la schiena!” mi intima il sassone.

“Come la schiena?”

“Falla vedere o te la spacco!”, incalza spazientito.

Sollevo la camicia ed esibisco ai pietroni la mia tremante nudità.

Dopo un breve e raccolto congresso i pietroni paiono ricomporsi, se così può dirsi, e chi di loro (quello di prima) dev’esser l’ambasciatore, s’imposta tuonando il vocione roccioso, e sentenzia:”E’ vero, non sei un poeta”.

Io resto lì per un po’, tra gli alberi, con la maglia rialzata e le scapole di fuori. Davanti, in cima al poggio, la marmaglia di macigni, zitti, zitti…sassi…

 

Eccola Ile che arriva, passo arpeggiato e sorriso magnetico. Le esibisco con sciattaggine una maschera annoiata, mentre dentro mi rivolto di emozione. Se ne accorge e abbozza il sorriso materno della malizia, con cui “si difende” dal mio broncio strategico.

Chissà se anche lei si allestisce martire qualche volta, oggetto fragile e puerile che si strugge per l’angoscia di celare e svelarsi.

Il sole s’avvicina, le nostre ombre dilagano, lingue di nebbia sulla verzura. Ci allunghiamo anche noi, scorrendoci tristi come carte mischiate. Su paesaggi che non ci chiediamo, per lo sgomento di sorprenderci forestieri. Sopra le immagini dagli occhi indifesi, e spalancati contro muri d’osso e carni che iniziano a cadere.