OLGA

 

  Olga è una parrucchiera di paese e al mattino presto la saracinesca del suo negozio è sollevata quanto basta perché le si vedano le gambe. Così io mi metto a camminare con le mani per guardarle anche la faccia, che di solito sorride perché nel frattempo m’era cascato tutto dalle tasche.

Il volto di Olga è un bianco trapezio dagli angoli sfuggenti, con gli zigomi così aguzzi che paiono temperati. Sopra gli occhi stretti ricadono ciocche bionde che si accartocciano in bellissimi ghirigori.

 

Ma la specialità della mia nordica parrucchiera, aspetto urgentissimo e decisivo all’incantamento, in verità sono le cosce.

Sono le cosce e insieme i polpacci, tosti e nervosi dentro abituali fuseaux, che nella loro domestica comodità mandano a me suggerimenti di culti esclusivi e ghiottonerie.

Tutta questa golosità che mi trasmettono le sue gambe qualcun altro potrebbe nutrirla nei confronti del suo seno, o del collo. Del sedere. E non dubito che se Olga non avesse la faccia che ha, dalle sue gambe non sarei affatto irretito.

O se portasse un’altra acconciatura. Se i suoi capelli fossero scuri anziché biondi, se si truccasse, se non guidasse un’utilitaria, se fosse meno alta, se non si chiamasse Olga.

Se non si chiamasse Olga, ecco, Olga, nome damascato melodramma di Hollywood, parola brevissima dilatata senza confini nelle prime due lettere, gemma altera e inconoscibile, un po’ bergamasca con la dieresi sulla O.

Il nome della mia parrucchiera è importante quasi come le sue gambe, o come il sorriso dei suoi occhi che l’ultima volta s’è fatto irresistibile alla vista di me sospeso in una verticale, con l’orlo dei pantaloni scivolato sulle ginocchia, a rivelare terrificanti calzetti viola. Allora per la prima volta ha sollevato interamente la serranda del negozio, è uscita e mi ha raccolto tutte le monete.

Poi mi ha preso sottobraccio, siamo entrati dentro e mi ha spinto sulla poltroncina. E ha sussurrato:qui ci vuole proprio una bella sfoltita!