Come
la bianca sezione d’una gorgiera è quella strada che porta a Laxolo.
Tortuosa, e cupi e abbracciati gli alberi che l’accompagnano.
Dentro
la macchina tenevo fermo il cuore salendo la strada, perché sapevo che gli
alberi anche loro si ammucchiavano in apnea prima di esplodere intorno al vasto
vuoto della vallata. Il mio respiro finalmente esplose libero.
Ora
la macchina seguiva la placida curva sulla destra, piena di luce verde e rossa
dei pochi tetti, e gialla delle ginestre, prima di scivolare sul rettilineo che
attraversa Laxolo e se ne allontana, correndo verso gli umidi abissi dei colli
successivi.
Fiancheggiavo
recinti, cortili pieni di precisione e casette levigate dal sole.
Su
certi prati con l’erba rasata piante nude mandavano l’ombra fin dentro la
strada. Dal ciglio erompevano fiori mai visti, rigidi e appena vibranti. Mi
parve di udire il ronzio di quelle tenui compostezze, trattenuto come il
profumo, come l’amore sformato lasciato a dibattersi tra le sbarre del mio
torace stretto.
Gli
uomini fermi sulle porte e quelli avvitati ad angolo retto sui gradini della
piazza producevano smorfie allarmate al mio passaggio. Sbirciavano con solchi
netti e strati d’ombra nei volti dagli oblò del loro vascello di rotta
semidimenticata.
Due
ragazze sedute in un bar ruotarono gli occhi con l’avidità nauseata dei
vampiri in attesa, sornioni, accovacciati in alto sul mondo. Accennai loro un
sorriso e tirai dritto senza voltarmi. Ormai proseguivo a piedi nel mio
sopralluogo, avendo lasciato la macchina davanti al bianchissimo cimitero,
bianco e posticcio, come qualcosa di ermetico atterrato in un campo di polvere:
lo spazio intorno è piano, aperto per decine di metri, e vigilato con trepida
insolenza dalle torri di controllo dei radi condomini.
Camminavo
ormai in fondo a Laxolo, mentre il sole scendeva ancora un po’. Gli infanti
della sera lo beccavano al gozzo, parecchi già calpestandolo e già robusti da
soverchiarlo. Così certe bande soffuse d’avorio e d’argento uscivano allo
scoperto sopra il paese, adagiandosi ciascuna al proprio solco in cielo, prima
che luna cominciasse a strapazzare la scatola con la sua morta luce, mandando
all’aria le sfumature. Non ancora però. Nella sua altezza d’aliante il sole
rosso crepava dilaniato, baciandomi le guance.
Poche
facce alle finestre, cespi gonfi di uccelli nei giardini, e un gran silenzio
intorno. Un silenzio, di giorno, appena raschiato dal brusio d’inafferrabili
segherie.
Avvolto
in questo silenzio mi girai verso il paese che abbandonavo, e prima che il bosco
m’inghiottisse vidi un confuso pastrocchio di case, di alberi e crepuscolo, e
distinta, sfavillante, una bianca lamina orizzontale del cimitero.
Il
sogno è quello della carapace immensa e carica di echi, lontana dai sentieri,
spersa trai muschi.
Il
sogno della carne vaporizzata che ha ceduto all’involucro il fiato di un
autunno stagnante, in mille turbini saettanti e mille grida, e dialoghi
sommessi.
Di
una materia incorruttibile, la corazza si spostava tra la vegetazione in altri
tempi, affondando nel terreno e tendendo il collo alle insenature delle fronde
sovrastanti.
Da
quei poligoni brulicanti di cielo raccoglieva assorbendoli i rantoli interrotti,
gli schianti, i sibili taglienti che fuori dal bosco graffiavano i margini delle
case.
Chi
mai lo vide arrestare la torpida falcata, imbrunirsi della corteccia vicina e
spalancare il becco antico in un grido sottilissimo, quasi mimato, di rivolta
impotente a quel destino?
Chi
seppe qualcosa del bosco strisciante, delle macerie di santuari, dei dirupi e
dei piccoli fiori disarmati?
Oggi,
e questo è sogno contraddittorio e malfermo, la grande corazza cieca resta ove
per il peso dei secoli dovette fermarsi, col suo baratro di rumoroso oceano. E
lentamente si sbucciano le sue dune, e con ondosità di piuma decollano in
mulinelli argentati, incontro alla polvere e alle ombre. S’impigliano alle
vene impietrite delle piante. Son prive di peso e si smacchiano nell’aria.
Gli
uomini e le macchine si riaffacciarono al mio sguardo mentre uscivo dal bosco.
La
luna splendeva là in alto, sopra le ali mummificate delle case.
Proprio
adesso la malinconia iniziava ad afferrarmi la gola, e sentivo le gambe
afflosciarsi.
La
strada era grigia, linda, e i pochi pedoni come ninnoli spolverati scivolavano
soffici verso una destinazione risaputa.
Col
suo rigore sospettoso Laxolo sfilava lentamente, col suo cancro diluiva.
Me
ne tornavo all’ottusa, affilata pianura, e seminavo gocce di amore profondo
sugli incavi neri delle aspre sommità, sui fulminei spiazzi della strada così
zeppi di garbugli; affollavo d’inquietudine inferriate e grappoli di
calcinacci, e ne ricevevo la stessa apprensione dovuta al distacco.
Nello
specchietto retrovisore due tre colori si azzuffavano mescolandosi, nella mia
mente si ricomponeva la tenebra e la gioia vibrante che nelle tasche erano
conchiglie e fiori schiacciati dentro un libro.
Come
stretto nel pugno del mago il paese si cancellò con le sue distese di mistero,
e nessuna virata, caotica fumata od oasi di tranquillità mi avrebbero strappato
la dolcezza sepolcrale della valle.