Innanzitutto
il Lonfo bazzica in campagna a ridosso di curvi e ghiaiosi trombazzi, e mai e
poi mai striscerà sull’asfalto. Tutt’al più si arrampica sfregandosi il
bacino contro le mura di certi cascinali.
Giorni
fa, mentre mi radevo, l’ho sorpreso sulla finestra del cesso che mi
sbernacchiava, allora gli ho scaricato un urlo di simulato rimprovero e lui s’è
ritratto zuto zuto facendosi strappare dal vento. Il Lonfo è così, ti prende
per il culo, ti sbernecchia, e poi vola via lontano.
Delle
volte ho tentato di rincorrerlo lanciandomi giù per le scale, ma lui era già
bell’e svanito tra le pieghe del cielo, e chissadove nell’aria non restava
che il suono delle sue caustiche pernacchie in digressione.
Sottobosco.
E’ una di quelle parole, sottobosco, che mi ha sempre magicamente attratto,
evocando luoghi relazioni e voluttà nascoste, forme sovrumane e nervose tra le
piante, e forse altre preziose parole ancora.
Ricordo,
da bambino, di avere letto un’avventura di Paperone ambientata in un grande
prato il cui terreno si rivelò fondato sulle chiome compatte di certi alberi,
celando evidentemente una foresta sottostante. Dovette essere quello il mio
primo sottobosco.
Il
Lonfo va matto per le lupigne, di cui il sottobosco abbonda. Le lupigne sono
prodotte pure chimicamente, ma rispetto alle naturali queste perdono in
croccantezza e acredine, e l'originaria "forma a gianburrasca" viene
alterata in terribili gniffi scoscesi. Chiaramente questi mendaci cloni di
lupigna il Lonfo non li conosce, quindi si rimpinza di lupigna vegetale sino a
non potersi più muovere, né tantomeno gluire o vatercare (cosa che tra
l’altro non gli riesce mai), allora ben satollo si archipatta gnagio gnagio
trai cespugli, ed emette parecchi rutti maestosi.
Quando
il Lonfo muore si scava la fossa da solo, quando fa l’amore lascia fare tutto
a lei. E non è detto che la “lei” sia una Lonfa, tanto più che non
esistono femmine di Lonfo se non sugli altopiani della Baviera ginnasiale, o a
Pechino.
Lonfo
in amore, creatura acidula e dispettosa con i suoi simili, anzichenò
timidissima con le ragazze, verga lettere d’amore a raffica che peò non
spedisce mai, s’imbelletta e si pettina come un fighetto per andare a galanti
convegni-fantasma, emana sofolenze elettroniche e si ammargella di gelosia. E
mai mai si dichiara alla sua bella, che finalmente ogni tanto lo violenta.
Il
preludio del congiungimento è davvero allarmante: in cielo le nuvole si
addensano scuracce, le radici degli alberi erompono furibonde dalla terra
attorcigliandosi e strangolando gli animaletti in fuga, gli uccelli si scagliano
in picchiata conficcandosi nei covoni, i picchi si uccellano fruschi, i sentieri
si diramano all’impazzata, ed io personalmente mi cago sotto. E come se non
bastasse il Lonfo lancia un orrido rantolo di goduria che si spande per tutta la
campagna, seguito da sguaiati vaniloqui, stramberie: che lui non esiste affatto,
che è un’invenzione poetica d’infimo livello e il suo creatore era un
pirla, che però fare all'amore è una cosa bellissima e mannaggia la mia timidezza, e
viva le lupigne e le avventure di Paperone… evviva il Lonfo!