Helen
era già ripartita. La mattina, davanti allo specchio mi accorsi che la lieve
spellatura sulla punta del naso era adesso una rossa e tignosa crosticina:
cominciava a mancarmi il respiro. Dentro un armadio della casa di Helen le
fotografie con sua madre e sua sorella allungate sul grande letto matrimoniale
erano piombate nei cunei di buio tra un abito e l’altro, saturate di canfora.
Helen ricordava con precisione il proprio corpo angoloso aggrappato a quel
materasso, eppure nelle foto non lo ritrovava. O per meglio dire, restavano come
delle forme agre e contratte, piene di uggia, e gli occhi trasparenti a forma di
6 inchinato.
Uno
zibaldone di sventure e urgenze sotterranee le spezzava il respiro ormai da
tempo, e i suoi seni accennati di bambina coprivano in realtà già notevoli
arcani.
Ha
due compagne, Helen. Una sembra una stella marina, è dorata e molto luminosa.
L’altra è un pianeta incognito e ostinato. Ora stanno entrambe vagolando
dentro un labirinto di calce e cunicoli medievali, giù, giù, discendono le
rampe macilente. Un pomeriggio sulfureo d’ottobre raggiungeranno uno
sterminato campeggio sul mare.
Mi
domando per quanto ancora vedrò tracciarsi il volto di Helen sulla spiaggia.
Penso abbastanza perché possano forgiare un paio di occhiali finalmente idonei
alla sua minuzia. Nel frattempo mi scorderò magari del suo busto lungo e delle
sue lunghe dita come flauti di scoglio. Le mani bianche che avrei voluto si
addormentassero dentro le mie. Forse questo tonfo sordo che mi scava lo stomaco
e mi straccia la faccia di sogni e singhiozzi trattenuti si discioglierà col
ricordo di Helen. Verosimilmente invece no.
La
spiaggia davanti al campeggio si è considerevolmente ritratta e incrostata di
anemoni variopinte e borchie salmastre. La sera decine di saccoapeli giganteschi
in silente corteo zampettano verso il litorale, e si assiepano attorno
all’effigie di Helen, con dolcezza. Quasi a volerla proteggere dall’ingiuria
degli anni e dell’imbecillità, o soltanto dalla mia tristezza. Comunque.
Al
mare avevamo tutti gambe lunghissime e spiritose, come di adolescenti
periscopici, e il pallone con la falsa firma di Ronaldo vi passava in mezzo, con
uno sberleffo delizioso. Intanto un pugile siculo ghignava grassamente, col suo
grappolo di denti marci, tutti abbarbicati l’uno sull’altro, e che a noi
parvero un dente solo.
Gli
ombrelloni roteavano sui loro gambi inverosimili sin quando non scomparivano,
come le pale di un elicottero in partenza. I mercanti del Senegal nereggiavano
pedantemente di qua e di là. Le onde ribaltavano le carcasse dei granchiettini
secolari contro la battigia. La stella marina e il pianeta inespugnato passavano
quasi tutto il tempo sotto il sole, bruciacchiandosi.
Helen
invece giocava sgranocchiava cianciava sonnecchiava rideva piangeva mormorava canticchiava nuotava si astraeva
s’immergeva scriveva starnutiva masticava disegnava pioveva ondulava si
stirava si striava ascoltava taceva.
Per
ciò che mi riguarda io quasi tacevo soltanto, e mi arricciavo allunato, a
sgranare gli stratagemmi per carpire espressioni suoni pensieri posture di Helen.
Per guardare prono, con l’occhio incastonato tra omero e sabbia, i suoi begli
occhi a forma di 6 inchinato.
Il
giorno della partenza s’avvicina. Faccio sempre due passi lungo il mare, e
assisto al formarsi del volto. Sento vibrare le piante dei piedi, diramarsi i
ricordi attraverso le dune di arena e convogliare tutti quanti verso un punto
che è sempre diverso, e dove la sabbia inizia a smottarsi piano piano, e a
torcersi e accastellarsi in girandole vetrose.
Il
giorno della partenza è sempre più vicino.