La bocca a cuoricino di Gabriele è la fonte inesauribile di ogni nostro sollazzo.
A titillargli col dito il labbrino inferiore, lui lo espelle completamente, assumendo un’espressione ridicola, d’irritazione compiaciuta, che mia moglie definisce “musetto”.
Poi c’è la trombetta, momenti di musica aspirata, quasi ventriloqua, un gioiellino della digestione post-popping.
Le note sono alte e brevi, di solito attaccate tra loro.
Dentro c’è tutto quanto lo smarrimento gioioso della sazietà.
Tra la poppata e la trombetta assistiamo in verità a un preludio ritmico di massima importanza, costituito da una corta ma poderosa sequenza di colpi di gong.
Sono i rutti del piccolo, che nulla hanno da invidiare ai più indiavolati bevitori di coca-cola.
Come rantoli di batrace erompono indolenti e mollicci, scuotendo la mobilia.
A differenza delle scoregge, che invece trasmettono una garbata vibrazione al palmo della mano di chi sostiene il sederino.
Bisogna tra l’altro aggiungere che le evacuazioni eoliche di Gabriele sono inversamente proporzionali agli sforzi impiegati a produrle.
Eh sì, perché tanto sornioni ma demoniaci sono i rutti, quanto sofferte le delicate flatulenze.
Si vede che soffre, poverino.
Spinge, spinge e si contorce, agitando braccini e gambette, come una blatta ribaltata.
Il viso s’imporpora e si gonfia.
Lui digrigna le gengive e piagnucola per la gran fatica, e tutto per una scialba nuvoletta d’aria compressa.
In compenso, senza entrare nei particolari, di direttamente proporzionale c’è la quantità di merda prodotta da mio figlio, alla puzza che fa.
Il pigmento paglierino e la consistenza spugnosa conferiscono alle feci del piccolo un aspetto di tuorlo spampanato.
L’odore che si sprigiona dal pannolino sovraccarico fa soltanto vomitare, e una lettiera di gatto è per me diventata come un fragrante vaso di fiori.
Una cosa veramente bellissima sono gli occhi chiusi di mio figlio, e le palpebre abbassate assomigliano alle tracce leggere sulla sabbia.
Sabbia bianca e finissima, ci sono passato questa mattina con la bassa marea, a piedi nudi sull’acqua ancora ghiacciata.
Dentro quei lineamenti appena accennati c’è il senso michelangiolesco dell’incompiuto, la meraviglia in agguato, l’aspra dolcezza del bozzetto.
Durante il sonno si possono cogliere numerosi movimenti dell’occhio sotto la palpebra.
Sono i pesci, che con guizzi nervosi e inesperti affrontano la novità dei piccoli sogni.
Chissà cosa vedono.
Delle volte apre la bocca come in uno scoppietto di risa, oppure fa il musetto, o strombazza assai col solito sederino.
Molestato dagli schiamazzi intestinali Gabriele si sveglia di soprassalto, e in uno scatto scomposto allarga i braccini al cielo, come in attesa di un meteorite.
Eh, il nostro profetino delle catastrofi!
Sono attimi piccoli, traumini.
Quando il sonno si riassesta anche il corpo e l’espressione tornano a distendersi.
Come fantastici corvi che scompaiono nella nebbia sono le pieghe della sua fronte.
Rapide si dissolvono, e la fronte e la testina tornano ad essere una pesca liscissima.
È allora che inizio a parlare a mio figlio, accarezzandogli la pesca dolcemente.
Stringendomi un pollice Gabriele ascolta.
Per esempio ascolta la storia dei trenini che si nascondono nella cassa di una chitarra classica. Quando c’è via libera i trenini escono dalla chitarra, e dopo aver percorso i binari delle 6 corde si ritrovano a scorrazzare felici per la casa addormentata.
Oppure la storia del ferro da stiro che si credeva una nave da crociera, ma non accontentandosi di navigare sul pavimento, decise di farlo sull’acqua della vasca, pagando con l’affondamento questo suo difetto della personalità.
A dire il vero preferisco cantargliele le storie a Gabriele, mi viene più facile.
Così posso allungare le vocali di certe parole mentre penso a cosa inventarmi per continuare.
Mi diverte declinare le sillabi finali in tamburelli gracchianti, o frullare i dittonghi trasformandoli in pernacchiette, vero spasso di Gabriele.
E quando Gabriele ride, con spruzzi di risate silenziose, a me brucia il cuore dalla gioia.
E allora spernacchio per vederlo ridere, spernacchio a più non posso.
Spernacchio e ride.
Spernacchio e ride e agita i pugnetti.
Spernacchio e ride e batte i piedi sul materasso.
Spernacchio spernacchio spernacchio. Ride ride ride.
Spernacchio.
Ma quando ti addormenti su un fianco, amore mio, con le gambe unite e un po’ piegate come la sirena, io commetto forse l’imprudenza di pensare al tuo domani.
Però non dico nulla.
Nulla delle mie speranze, né delle paure.
Vorrei solo proteggerti dal marciume che avanza, anche da quello che c’ho dentro io, e riversarti d’un fiato le cose più belle, quelle che sempre ci aiuteranno a trovare la grazia in noi.
Ascolta la musica, Gabriele.
Spegni la televisione, che è l’accademia del pensiero unico, il pensiero morto, e apri i libri fino all’ultimo, perché nei libri troverai una foresta infinita di idee che apriranno la tua mente e ti faranno più sbilenco ma più ricco, sempre disposto a girare intorno ai tuoi punti di vista.
Viaggia e stai profondamente con le persone, con gli animali e con le cose.
E soprattutto ascolta sempre tua madre, che è una delle persone più pazienti e sensate che abbia conosciuto.
Quando Gabriele sbucò fuori dalla pancia, non mi parve che tanta sofferenza fosse valsa granchè.
L’omuncolino violetto c’aveva un cranio oblungo a forma di ocarina, da mettere i brividi.
Ma il vergognoso eppure insopprimibile senso di ribrezzo nei confronti di mio figlio durò poco.
Già l’incanto febbrile che mi aggredì mentre lo lavavano, disinfettavano, pesavano, si trasformò in demente beatitudine quando l’infermiera me lo mise tra le braccia, lustro e frignante nella sua tutina verde.
Lo baciai, lo salutai e sentii subito ch’era la mia carne.
Mio figlio oggi ha due mesi e dodici giorni.