CENTO ANNI

 

  Quegli impacchi smisurati di febbricitanti vapori si sono infiacchiti in primavera, e certe code notturne si dimenano sfrontate ma in fondo impotenti.

Così gli enormi lampadari di tutte le forme si strizzano forte forte al proprio animo che ignaro sgretola via lungo i tracciati casuali di un intero secolo di cielo.

Cento anni.

Tra cent’anni, o giù di lì, scoccheremo sguardi obliqui sopra quadriglie di bianche rose rapprese.

I nostri vecchi giardini pensili…dalle balaustre calcificate lasceremo che gli omeri evaporino tranquillamente, verso le conche del fiore che pareva inviolabile.

Ma per quel che ci resta salteremo anche, con una o due gambe allineate, da una tomba all’altra degli uomini e delle donne che volemmo solo per noi.

Tra cent’anni continueremo col chiederci come avevano potuto sgusciare tra le increspature di un acquario che stringevamo così forte. Carezzeremo tra cent’anni le vertebre sbucciate di queste dolci scorze dove i palpiti rotti da truffe dimenticate solo di rado fanno ritorno.

Riderai esausta. E appoggerai la mano sulla mia schiena di uccello fumoso. Che sparpagliava le piume come stelle sulle muffe germogliate alle tue pagode di lampi spacciati…D'altronde io sferragliavo a lungo per amore d’ombra dalle precise cadenze di drago.

Solo più tardi avrei con la lingua inventato un fiume improvviso e sopra, un cigno innaturale, e dentro baratri ubriachi dove le tue cosce smaniose vagano ed io le interrogo, indugiando ove la nostra ottusa disperazione sboccia nei lenti sonagli del nuovo respiro.

 

Tra cento anni sarà la schiuma di palcoscenici sparsi a ribollire nei tuoi ricordi, e di tutta l’insostenibile perdizione resterà solo un pianeta. E più nulla delle quotidiane perversioni di uguaglianza umana e stronza violenza, quando camminavamo la muraglia esterna del labirinto affacciandoci alle feritoie, sulle ignobili, impalpabili sagome.

Quando frastornati da tanto degrado non ci accorgemmo di perdere quota, e non udimmo le corde tendersi e riempirsi di veleno le trincee, fino alle narici.

Dio, come vorrei passar le dita suoi tuoi zigomi per farti sentire la calma del mio cuore.

Potermi aprire sulle tue spalle per proteggerti dal crollo.

Tra cento anni solo il vento farà gracchiare i nostri cancelli, e giorno dopo giorno arriveranno le foglie, i sentieri perderanno direzione, in un risonante ammucchiarsi di oblio sopra i sigilli ultimi nostri.